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Storie di conze e gaburi

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Esaurito

Ricordi di una famiglia di seggiolai agordini.

Due sono i percorsi espressivi attraverso cui si sviluppa questo libro: quello narrativo con le testimonianze di Enrico Stalliviere e quello visivo con le fotografie che corredano il testo scritto.

Va subito precisato che sono due percorsi paralleli, che interagiscono fra loro, ma non sono strettamente interdipendenti, nel senso che le immagini non si limitano ad essere la semplice “illustrazione” dei racconti; anzi, non lo sono quasi mai. Il fatto è che le esperienze giovanili dell’autore, vissute a fianco del padre seggiolaio negli anni cinquanta e primi anni sessanta, molto di rado sono state documentate fotograficamente. Non è un caso. Un artigiano ambulante, qual era il caregheta, aveva ben altro di cui occuparsi che di farsi ritrarre durante il suo lavoro: un mestiere duro, il suo, che iniziava alle prime ore del mattino per terminare a tarda sera, se non a notte inoltrata. E tanto meno durante il suo incessante peregrinare per le strade del mondo. Le poche foto esistenti in materia sono opera di fotografi – talvolta anch’essi ambulanti – che andavano a caccia di immagini pittoresche a carattere folclorico o, in epoca più recente, animati da interessi antropologici, sugli antichi saperi materiali sopravvissuti nel tempo.

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Informazioni aggiuntive

Peso 0.382 kg
Dimensioni 16.5 × 23.5 cm
Autore

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Pagine

EAN

Descrizione

Ricordi di una famiglia di seggiolai agordini.

Due sono i percorsi espressivi attraverso cui si sviluppa questo libro: quello narrativo con le testimonianze di Enrico Stalliviere e quello visivo con le fotografie che corredano il testo scritto.

Va subito precisato che sono due percorsi paralleli, che interagiscono fra loro, ma non sono strettamente interdipendenti, nel senso che le immagini non si limitano ad essere la semplice “illustrazione” dei racconti; anzi, non lo sono quasi mai. Il fatto è che le esperienze giovanili dell’autore, vissute a fianco del padre seggiolaio negli anni cinquanta e primi anni sessanta, molto di rado sono state documentate fotograficamente. Non è un caso. Un artigiano ambulante, qual era il caregheta, aveva ben altro di cui occuparsi che di farsi ritrarre durante il suo lavoro: un mestiere duro, il suo, che iniziava alle prime ore del mattino per terminare a tarda sera, se non a notte inoltrata. E tanto meno durante il suo incessante peregrinare per le strade del mondo. Le poche foto esistenti in materia sono opera di fotografi – talvolta anch’essi ambulanti – che andavano a caccia di immagini pittoresche a carattere folclorico o, in epoca più recente, animati da interessi antropologici, sugli antichi saperi materiali sopravvissuti nel tempo.

Solo in qualche raro caso tali foto erano commissionate dai soggetti, gli stessi seggiolai, più frequentemente quando erano all’estero, per lo più in Francia, meta di elezione a livello migratorio. La prolungata assenza da casa – spesso di 2-3 anni – li spingeva a produrre queste immagini, analogamente a quelle di molti altri emigranti, per comprovare il proprio stato di salute alle famiglie e in particolare per mostrare ai genitori le condizioni di vita dei gabùri, i piccoli apprendisti loro affidati per imparare il mestiere. In altri casi le foto venivano fatte eseguire dai sàepa, i committenti che assegnavano i motivi, le occasioni di lavoro – costruzione di sedie o impagliatura – per mantenere un ricordo del loro passaggio. Spesso i seggiolai ritornavano ad intervalli di qualche anno nelle stesse case e non era infrequente che si sviluppassero con i padroni legami di simpatia, se non di vero affetto. Ma non sempre. Ritroviamo alcune di queste situazioni nei ricordi, rievocati con tanto sentimento, se non con vera e propria commozione, dall’autore.

Prefazione di Ivo Ren

Note sulle immagini di Francesco Padovani

Illustrazioni: b/n e colore

 

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