In offerta!

Barch e méde

10,00 8,50

La pubblicazione è un viaggio per immagini alla scoperta degli ultimi esemplari di questa tipologia di fienile sopravvissuti sul territorio feltrino e sul Monte Grappa.

Leggi tutto

Informazioni aggiuntive

Peso 0.269 kg
Dimensioni 15 × 21 cm
Anno

Formato

Pagine

A cura di

,

Collana

Descrizione

La pubblicazione è un viaggio per immagini alla scoperta degli ultimi esemplari di questa tipologia di fienile sopravvissuti sul territorio feltrino e sul Monte Grappa.

“Dopo gli anni ’45 – ’50, la gente si diede da fare per avere un barch: era come avere una seconda abitazione, perché nel barch, per poco fieno che si aveva a disposizione, lo si poteva mettere al sicuro nel barch. E, anche se fosse stato poco secco, con l’aria che passava da tutte le parti certo si sarebbe seccato lo stesso. Anche andare a prendere il fieno d’autunno e d’inverno era comodo perché ciò che rimaneva restava al coperto, a differenza di quello che capitava con una méda. I barch sono di varie dimensioni, a seconda di quanto fieno si ha a disposizione. Io ne ho costruiti circa 50 di questi barch; i più grandi sono stati di m 4,20 di lato e i più piccoli di m 2 di lato. Allo stesso modo, anche molti altri facevano lo stesso mestiér.

Nel barch occorrono quattro stél, cioè pali portanti, forati ogni 30 cm, per consentire di alzare o di abbassare il barch, fissandolo con delle bròche di ferro, poi tutto il telaio con pezzi di legno. Una volta il barch lo si copriva con la paglia, certo per mancanza di soldi. I pali portanti sono quattro, uno per angolo, alti 6 – 7 metri. Con la lamiera è stato più comodo e sicuro costruire il barch. Il cul del barch veniva fatto col medesimo sistema di quello delle méde. I pali portanti si usavano anche di ferro con delle morse per alzare o abbassare il barch. Il cul del barch o delle méde si può fare anche con tavole… Basta i schèi!

La presente piccola pubblicazione vorrebbe proprio essere un omaggio ed un’ultima attenzione per questi fienili, ultimo presidio del territorio. Sentiremo diverse voci, sentiremo i gorgheggi del poeta dialettale, leggeremo il messaggio visivo della pittrice, il racconto del tecnico agronomo, dello storico dell’agricoltura dalla piacevolissima penna, dell’esperto di fotografia storica. Basta ascoltare ed aprire gli occhi. Facciamolo, rendendo onore al lavoro e alle fatiche dei nostri padri, dei nostri nonni che coccolavano méde e barch, che li pettinavano e li tenevano a puntino, che controllavano che il fieno “bollisse” per poterlo poi portare, d’inverno, nel fienile stabile, pronto al consumo.”

 

Illustrazioni: b/n e colore