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I forti di Monte Ricco, Batteria Castello e Col Vaccher

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Dal Medioevo alla Grande Guerra, la storia dei tre impianti fortificatori di Pieve di Cadore. In 10 capitoli e con il supporto di foto e documenti in parte inediti vengono presentati i fatti salienti che interessarono le antiche strutture, la loro decadenza nel ‘700, i grandi lavori del Genio Militare di fine ‘800 con l’organizzazione del campo trincerato di Pieve di Cadore e la sua utilizzazione durante la Grande Guerra.

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I forti di Monte Ricco_www.dbszanetti.itI forti di Monte Ricco, Batteria Castello e Col Vaccher con le altre difese del campo trincerato di Pieve di Cadore (1866 – 1918)

Dal Medioevo alla Grande Guerra, la storia dei tre impianti fortificatori di Pieve di Cadore raccontata da Musizza e De Donà.

Questo nuovo libro dei due storici Walter Musizza e Giovanni De Donà, voluto per il Centenario della Grande Guerra 2015 – 18 e sostenuto dal Comune di Pieve di Cadore, dimostra come il forte di fine ‘800 sia l’erede legittimo dell’antico castello medievale, ovvero di quello che fu il baluardo, morale prima che militare, che l’intero Cadore per secoli eresse contro ogni paventata invasione dal Tirolo.

In 10 capitoli e con il supporto di foto e documenti in parte inediti vengono presentati i fatti salienti che interessarono l’antico maniero e la sua decadenza nel ‘700, i grandi lavori del Genio Militare di fine ‘800 con l’organizzazione del campo trincerato di Pieve di Cadore e la sua utilizzazione durante la Grande Guerra. I tre forti, strettamente complementari, di Batteria Castello, Monte Ricco e Col Vaccher sono illustrati nelle motivazioni strategiche che presiedettero alla loro realizzazione, nel contesto delle esigenze politiche ed economiche dell’Italia del tempo e con l’ausilio di molti documenti e foto tratti da archivi pubblici e privati, alcuni dei quali dovuti al servizio informativo austro-ungarico. La costruzione dei tre grandi impianti, avvenuta tra il 1881 e il 1896, dopo che negli anni immediatamente seguenti alla III Guerra d’indipendenza era stata organizzata la cosiddetta “Stretta di Treponti” sui colli di Vigo, fu accompagnata da un complesso organico di difese complementari che disseminò sulle alture alla confluenza del Piave e del Boite una rete di strade, postazioni ed osservatori in grado di parare ogni paventata penetrazione nemica da Misurina, dal Comelico, dal Passo della Mauria e da Cortina. Il tutto parallelamente alla formazione del Corpo degli Alpini che a partire dal 1873 vide una sempre più massiccia presenza di queste truppe territoriali sulle nostre montagne, con periodiche esercitazioni e manovre fin sulle forcelle più alte e con la costruzione di mulattiere e ricoveri (Pian dei Buoi e Val Inferna).
Una lunga preparazione insomma ad un conflitto annunciato contro l’Austria, nonostante i periodici rinnovi della Triplice che avrebbero dovuto garantirci sicurezza ed alleanza.

Questi primi tre forti rientrano dunque nel primo periodo di fortificazione del Regno d’Italia, esauritosi in pratica nel 1896 con la grave sconfitta di Adua, e per le loro caratteristiche (bassa quota, muratura ordinaria, cannoni in barbetta) divennero presto obsoleti ed anacronistici, soppiantati alla fine del primo decennio del ‘900 dai moderni impianti corazzati di alta quota (M. Tudaio, Col Vidal, M. Rite) dotati di cupole corazzate in acciaio-nichelio.
Ma proprio per questo essi rappresentano uno spaccato straordinario delle concezioni e degli esiti della scienza fortificatoria europea della fine dell’800, ovvero dei criteri costruttivi legati ancora a parametri medievali (ponte levatoio, caponiera, caditoie, ecc.) e a mezzi ossidionali di gran lunga inferiori (ad esempio cannoni da 149 in ghisa) a quelli che il progresso avrebbe imposto solo pochi anni dopo.
Il libro si sofferma inoltre su uno dei personaggi più rappresentativi della costruzione del forte di Monte Ricco, l’ing. Giovanni Ivanoff, patriota di origine russa e già suddito austro-ungarico, fuggito da Trieste a Venezia per mettersi a disposizione della causa italiana.
Non mancano poi specifici capitoli dedicati all’utilizzo delle fortificazioni di Pieve durante il conflitto, alla distruzione finale ad opera delle truppe nemiche nell’ottobre 1918, ai recenti lavori di restauro diretti dall’arch. Luigi Girardini e ai possibili itinerari di visita, comprese le postazioni sussidiarie disseminate nel comprensorio (S. Dionisio, Monte Tranego, Col Pecolines, S. Anna e Damos).
Come affermato dal Sindaco di Pieve Maria Antonia Ciotti nella presentazione, il recente restauro conservativo del forte ha già attirato molti visitatori e più ancora ne attirerà in occasione del Centenario 2015 -18 e dell’auspicata conclusione degli impegnativi lavori. Il libro di Musizza e De Donà costituirà un incentivo in più alla visita dei forti per chi non li conosce ancora e un’occasione di approfondimento storico per coloro che li praticano e frequentano già da tempo, magari fin da quando, bambini, giocavano tra le loro suggestive ed un po’ inquietanti rovine.

Dalla prefazione:

Erano passati pochi anni dall’epica prima di John Ball sul Pelmo (1857),eppure già in quei primi ruggenti anni dell’alpinismo dolomitico, in cui andar per monti era considerato ancora connotato di originalità, se non di stravaganza, sagaci occhi di strateghi scrutavano gole, crode e forcelle cadorine, tutti tesi ad individuare e sfruttare qualunque sito si prestasse a parare l’urto di un’offesa nemica.
Mentre libri ed articoli, sulla scia di J. Gilbert e G. C. Churchill e del loro classico “The Dolomite Mountains” (1864), cominciavano a diffondere ed esaltare in tutta Europa le virtù di queste valli e di queste cime, politici e militari, con spirito forse meno poetico, ma di certo sensibile ancora alla mitica lezione di Calvi, imposero decisamente mattoni e cemento sulla roccia più bella del mondo.
S’andò tessendo così una paziente ragnatela di forti, ricoveri, batterie e carrarecce a difesa dei nuovi ed infelici confini, avuti in eredità dalla paradossale guerra del ‘66, più persa che vinta. E se la passione alpinistica, contagiatasi ormai a schiere di proseliti e suffragata dalla musa tirtaica del poeta vate Carducci (Ode “Cadore”, 1892), induceva gli italiani a conoscere e frequentare sempre più questo angolo di Patria, anche la secolare scienza fortificatoria alzava la mira e dalle chiuse sul Boite e dalle strette del Piave saliva a posare nidi di guerra sulle cime più ardite.
I ritmi blandi della fienagione e dell’alpeggio segnavano imperturbabili l’esistenza delle umili genti delle vallate, solo perplesse davanti a quei palazzi di guerra così superbi accanto alle loro povere case e fienili. Ed ancor più perplesse rimasero queste genti quando videro simili giganti afflosciarsi imbelli nell’ora del bisogno, allorché la voce dei cannoni sembrava unica difesa e scampo davanti all’invasione nemica.
Con questo primo libro iniziamo un lungo e paradossale racconto, quello della fortificazione del Cadore, che ha negli impianti del campo trincerato di Pieve di Cadore il suo paradigma ideale.
Una lezione esemplare, fatta di strategia e di architettura militare, ancor più attraente e viva grazie al confronto, oggi possibile, tra rudere fatiscente e forte restaurato, tra il già fatto e l’ancora da farsi.

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